Manicomio di Volterra: visita nel più grande ex-istituto psichiatrico italiano

Un pomeriggio di ottobre decidiamo di visitare il Manicomio di Volterra, un’esperienza senza dubbio, forte, impattante, importante e curiosa. Un tour guidato ci porterà alla scoperta dell’ex Manicomio di Volterra o meglio di ciò che rimane oggi di quei padiglioni in disuso e in stato di abbandono. Un luogo inquietante, triste, freddo e dove migliaia di persone hanno perso la loro identità e la loro vita. Persone che dalla società venivano definiti “invisibili”. Senza dubbio un luogo di memoria e come tale merita rispetto.

Incontriamo Claudio, la nostra guida che ci accompagnerà in questa visita al Manicomio di Volterra.

Un percorso nel passato per spiegarci cosa era un manicomio, chi erano i ricoverati e come si svolgeva la vita all’interno di questi “lager”. I quesiti però sono anche altri. Ad esempio, perché il Manicomio di Volterra era il più grande d’Italia e se realmente venivano internati solo coloro che avevano patologie psichiatriche oppure no?
Vecchie dicerie, descrivano i manicomi come luoghi dell’orrore, della sofferenza fisica oltre che quella mentale. Addirittura, luoghi dove molto segretamente venivano fatti macabri esperimenti.
Il tour si conclude poi con la visita guidata del museo.

Una parola che è stata alla base di questo percorso è “eugenetica”.

E’ una disciplina nata verso la fine dell’Ottocento che, basandosi su considerazioni genetiche applicando i metodi di selezione usati per animali e piante, si poneva l’obiettivo del miglioramento della specie umana.
Solo questa breve definizione a me mette i brividi!
Ma come cercare il miglioramento della specie umana? Nell’individuazione dei caratteri ereditari e nell’indeterminatezza del concetto di miglioramento genetico, logicamente soggetto a interpretazioni e preconcetti. Questi studi fallirono negli anni 30’-40’ quando le ipotesi degli eugenisti furono pesantemente criticate e i nazisti usarono la tesi dell’eugenetica per sostenere lo sterminio di intere razze.

Alcune informazioni prima di visitare il Manicomio di Volterra

Manicomio di Volterra

Prima di visitare il Manicomio di Volterra e per comprendere meglio ciò che vedrete, ecco alcune informazioni utili sulla storia del manicomio.

Cosa significa la parola “manicomio”?

Una definizione è: “Istituto che, prima di essere soppresso, era destinato al ricovero e alla cura dei malati di mente; definito anche, ospedale psichiatrico“.
Il Manicomio di Volterra nasce nel 1887 ed è stato il più grande d’Italia con oltre 100 mila metri cubi di volume. Ospitava fino ad un massimo di 4.500 pazienti.
Nacque come valvola di sfogo degli ospedali più grandi. Il concetto infatti era quello fare una pulizia sociale. Coloro che erano definiti “diversi” ed erano così fuori dagli standard, venivano mandati in manicomio.

Chi erano e che patologie avevano le persone che venivano internate?

Nel Manicomio di Volterra finivano tutti coloro che erano definiti diversi. Per la maggior parte erano donne e nel prosieguo dell’articolo ne capirete poi il motivo.

Le persone internate erano solo coloro che avevano problemi psichici?

Purtroppo no, sia per il motivo spiegato poco sopra sia per la troppa facilità con la quale era possibile far rinchiudere le persone in queste strutture. Bastava una denuncia, ne seguiva l’arresto, la decisione del giudice e poi il ricovero. La denuncia arrivava spesso dalla famiglia stessa, soprattutto durante l’epoca del periodo fascista.
Anche chi veniva trovato ubriaco, veniva mandato in manicomio.

Per quali motivi si denunciava una persona per farla internare?

I motivi potevano essere vari. In piccola parte per reali problemi mentali o disturbo del comportamento, ma spesso per difetti che la famiglia non accettava o anche per eliminare l’anello debole della famiglia. In questo modo diminuivano i familiari nei casi di eredità per la spartizione dei beni.

Non potete immaginare quanto effetto fa sentire questi racconti e con lo sguardo soffermarsi a vedere questi padiglioni. Inevitabilmente ti senti sopraffatto dalla sofferenza che a tratti diventa quasi tangibile.
Tutte le persone del gruppo sono tutte increduli e attente ad ascoltare; ognuno nella propria mente chissà dove viene trasportato.  Guardo mio figlio che era molto scettico di partecipare a questo tour ed è attento e interessato. Il silenzio che c’è mentre la guida parla è davvero emozionante.

Visita guidata al Manicomio di Volterra

Iniziamo il tour percorrendo un viale e piano piano incominciamo a percorrere una strada in salita. Ci stiamo dirigendo verso i tre padiglioni più importanti del Manicomio di Volterra. Sono edifici con alle spalle oltre un secolo di storia, la storia di persone allontanate dalla società. Persone che si sono trovate su un filo sottilissimo fra la cura e la negazione dei loro diritti.

Padiglione Fagotto

Il primo padiglione che abbiamo visto dall’esterno durante la visita al Manicomio di Volterra è stato il “Fagotto”. Vi starete chiedendo perché veniva chiamato “Fagotto”?
Ecco la spiegazione. Questo padiglione veniva utilizzato per fare la prima accoglienza degli internati. Infatti, qui veniva fatta una pseudo cartella clinica stilata dalle suore.
La prassi era molto rigida: ogni persona veniva spogliata in tutti i sensi, gli venivano tolti i vestiti, occhiali, anelli, catene e venivano sottoposti ad una doccia.
Successivamente venivano rivestiti con una divisa. In questo caso la divisa che portavano i pazienti non è da identificare solo in senso dispregiativo, ma era più comodo vestire tutti uguale visto l’ingente numero di internati.

I loro oggetti e vestiti venivano messi in un “fagotto” e ritirati solo a fine del tempo di permanenza all’interno del manicomio e sempre se riuscivano ad uscirne!

Già in questo primo passaggio le persone venivano derubate della loro vita, spogliate e messe a nudo cancellando la loro identità
Qualcosa di folle e inspiegabile avveniva già all’accoglienza e mi sono saliti i brividi a sentire questa descrizione fatta dalla guida.
Il secondo passaggio era l’osservazione. I pazienti rimanevano in osservazione per due o tre giorni o anche una settimana, dopodiché venivamo trasferiti nei vari reparti.

Padiglione Charcot (1927-1996)

Il secondo padiglione che troviamo nella visita al Manicomio di Volterra è il padiglione Charcot. Era reparto destinato a colonia agricola femminile, oggi visibile solo esternamente perché fatiscente e pericoloso.

Manicomio di Volterra

Un posto davvero squallido! La caratteristica di questo padiglione è che era un reparto femminile, il più grande e il più numeroso e poteva accogliere ben 500 internate. Le persone quando venivano ricoverate qua e si ritrovavano davanti a questa struttura, non potevano far altro che pensare “da qua non uscirò più”.

Fra gli internati del Manicomio di Volterra le donne erano in maggioranza.

Questo perché le motivazioni per far rinchiudere una donna in un manicomio erano molte, troppe e troppo assurde.
Infatti, bastava che qualcuno denunciasse una donna per essere bugiarda, cattiva, impulsiva, permalosa, minacciosa, esibizionista, civettuola, prepotente o perfino loquace. Tutti aggettivi che ad un giudice bastavano per ordinare l’immediato ricovero! Roba da pelle d’oca!!!

Manicomio di Volterra

Padiglione Maragliano “Sanatorio”

Il terzo padiglione che si incontra durante la visita al Manicomio di Volterra è il padiglione “Maragliano”. A differenza dell’altro, questo padiglione ì ospitava solo uomini malati di tubercolosi.
E’ il padiglione più in alto dell’intero complesso, proprio perché l’unica cura per guarire dalla tubercolosi era l’ossigenoterapia. Essendo il padiglione orientato verso il mare, infatti Volterra si affaccia nella Val di Cecina e il mare si trova a 40 km, questa posizione era ottimale.
Sono ancora visibile le terrazze dove i pazienti venivano messi fuori per respirare.
In questo padiglione i pazienti venivano accolti anche solo per dormire. Una struttura unica in Italia, ma questo genere di esperienza non è stato più ripetuto.
Anche questo padiglione è visitabile solo esternamente perché inagibile.

Padiglione Ferri: ospedale giudiziario psichiatrico

Manicomio di Volterra

Arriviamo al quarto ed ultimo padiglione della nostra visita al Manicomio di Volterra, il Padiglione Ferri. Qui si trovava il reparto con pazienti con gravi problemi, l’unico reparto giudiziario/psichiatrico. Una delle differenze rispetto agli altri padiglioni lo dimostra come venivano chiamati gli infermieri: “guardie”.
Inaugurato nel 1933 fu una delle prime sezioni criminali in Italia collocata in un ospedale psichiatrico. Le leggi al suo interno erano molto rigide in tutti i sensi. Tra le più particolari, se così si possono definire, era che i pazienti dovevano dormire in mutande. La mattina poi si vestivano e facevano colazione.

Il cancello era sempre piantonato da due guardie armate di bastoni.

Ci fermiamo nel cortile interno, esattamente nel giardino, che è l’unico luogo dove possiamo accedere. Tutto il resto è sigillato e l’accesso è vietato.
In queste strutture i giardini si trovano sempre nella parte posteriore perché, quando un paziente arrivava, non vedesse le altre persone.

Manicomio di Volterra

A differenza delle altre strutture del Manicomio di Volterra, questo padiglione agli estremi aveva delle celle. Se i medici o gli infermieri reputavano un paziente pericoloso, questo veniva rinchiuso nelle celle proprio come in carcere.
Se la malattia lo permetteva, i pazienti potevano stare fuori in giardino, ma sotto stretta osservazione. Qui potevano camminare oppure giocare a carte e perfino a bocce. L’importante era non dare problemi.

Questo padiglione è diventato “famoso” per la permanenza di Fernando Oreste Nannetti.

Si tratta di un ragazzo di Roma internato nel 1958 e sarà lui che lascerà una testimonianza davvero particolare e bella del Manicomio di Volterra.
Questo ragazzo dall’età di 7 anni viene messo dalla madre in un orfanotrofio per poveri perché non ce la fa a mantenerlo. Crescendo poi passerà i suoi anni tra collegi e istituti minorili.
Negli anni ‘50 finisce per trovarsi in un ospedale psichiatrico. Infatti, gli viene riscontrata una leggera schizofrenia e lo condannano al manicomio.
Nel 1958 viene trasferito nel Manicomio di Volterra. Finisce qui dopo essere stato scagionato dalle accuse di offesa a pubblico ufficiale, ma considerato il suo comportamento è stato da “furbetto”, viene condannato a 2 anni e mezzo da scontare in una struttura psichiatrica.
Il reato da lui commesso era stato quello di offendere un poliziotto durante una manifestazione di lavoro.

Dall’anamnesi fatta all’accettazione viene definito come una persona “bipolare”.

Infatti, quando era all’interno della struttura era logorroico, eccitato, soffriva di grandezza e cammina nei corridoi facendo dei comizi parlando solo di sé stesso. Mentre quando era in giardino, si dissociava da tutti e si isolava in silenzio.
In questi momenti, dalla fibbia della cintura estrapolava il gancetto e incominciava a dialogare con il muro incidendo piccole storie, raccontando fatti di fantasia. Riportava che era entrato in contatto con l’Altissimo e gli avrebbe detto di essere il portavoce di tutte le persone che erano rinchiuse nella struttura. La sua scrittura era bustofredica, cioè scriveva da sinistra a destra e da destra verso sinistra.

Per 10 anni inciderà sul muro in uno spazio di ben 130 metri.

Era diventata una persona di rispetto all’interno dell’istituto giudiziario psichiatrico. E dato che soffriva di grandezza voleva che tutti lo chiamassero con il nome da lui inventato N.O.F.4, acronimo di Nannetti Oreste Fernando “4” un numero particolare per la sua vita.
Pezzi del muro si trovano oggi presso il museo. In questa esperienza l’arte ha fatto molto di più della psichiatria, potrebbe essere definita “un’arte brutale ma consapevole”.

Nelle vicinanze del Manicomio di Volterra si trova anche il cimitero incustodito del manicomio. Quello però abbiamo volontariamente deciso di non visitarlo!

Manicomio di Volterra

Consigli per la visita al Manicomio di Volterra

Ecco alcuni consigli utili per visitare il Manicomio di Volterra:

  • E’ possibile fare questo tour solo attraverso la prenotazione Per maggiori informazioni clicca QUI;
  • Le guide sono persone esperte che fanno parte di “Inclusione Graffio e Parola Onlus”. La nostra guida Claudio è stato preciso in ogni spiegazione, disponibile alle molte domande che il gruppo ha fatto, simpatico nell’alternare battute per stemperare un po’ i racconti;
  • Per questo tour è richiesto di indossare scarpe comode o da trekking, il terreno è spesso disconnesso e alcune parti sono pericolanti;
  • Durata del tour: ci era stato indicato circa 2 ore, ma in realtà il nostro giro è durato molto di più. La guida ci ha regalato molte informazioni, aneddoti e testimonianze.

Visitare il Manicomio di Volterra è un’esperienza come abbiamo detto in apertura dell’articolo molto forte, ma che vi consigliamo di provare.
Anche per mio figlio è stata un’esperienza interessante e lo hanno dimostrato le molte domande che ha fatto alla guida una volta arrivati al museo.

Ilaria

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