Il campo di concentramento di Dachau: memoria, storia e informazioni utili alla visita

All’entrata del campo di concentramento di Dachau si trova la scritta “Arbeit macht frei che in italiano significa “Il lavoro rende liberi”.
Entriamo varcando un cancello in ferro battuto con questa scritta dai caratteri orribili e macabri, come fosse un avvertimento su ciò che ci aspetterà.
Il cartello apparve per la prima volta qua a Dachau nel 1933, dopodiché nel 1940 venne utilizzato anche per il campo di concentramento di Auschwitz.

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Cancello d'ingresso

Il campo di concentramento di Dachau

Il campo di concentramento di Dachau ha grandi spazi vuoti, grandi quanto è il vuoto che ti senti dentro. Camminiamo sulla ghiaia con una sensazione di incertezza e di incredulità. Percepiamo una sensazione di timore nell’andare oltre una baracca o nel varcare una porta e perfino nel leggere una didascalia. La sensazione di timore ci coinvolge e ci pervade anche nel fare una semplice fotografia.

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Il luogo è isolato, chiuso e ben fortificato, protetto da mura alte. Come se non fosse sufficiente ci sono anche fossi, torrette di avvistamento e tanto filo spinato. All’interno si consumavano gli orrori più spaventosi mai avvenuti nella storia dell’umanità. Guardandoci intorno capiamo che doveva essere impossibile scappare da qui.

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Visitare il campo di concentramento di Dachau è stata un’esperienza importante e profonda.
Fin dall’entrata siamo stati accolti da un’atmosfera fredda e silenziosa.

Perfino il cielo era nebbioso e cupo a rendere tutto ancora più infelice.

La guida che ci ha accompagnati ha sempre utilizzato un tono di voce basso, in segno di rispetto per tutte le sofferenze che qui sono state vissute. Leggendo le descrizioni delle foto o delle stanze, alcune persone del nostro gruppo si sono commosse.
In quei momenti abbiamo provato la reale percezione di trovarci in un luogo terribile esistito davvero. Siamo rimasti stupiti di quanto un luogo del passato possa ancora oggi trasmettere così tante emozioni.

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In alcuni momenti ci siamo sentiti perfino punzecchiare il naso, con le lacrime sul procinto di uscire e un nodo che ci attanagliava la gola. Tratteniamo il respiro quando ci soffermiamo a leggere e non riusciamo nemmeno a commentare perché non troviamo le parole. L’unica cosa che riusciamo a fare è scuotere la testa increduli.
Sono sensazioni importanti che ci fanno riflettere e ci mettono davanti ad una realtà dura e cruda.

Non siamo più davanti ad un libro o sul divano a guardare un film.

Adesso siamo davanti a quello che è stato orrore e dolore reale per tutti coloro che l’hanno vissuta. Il sentimento che abbiamo provato è stato soprattutto rabbia. Rabbia per ciò che i nazisti sono riusciti a fare ai deportati, a degli esseri umani, distruggendoli psicologicamente e fisicamente, umiliandoli e facendoli cadere nel baratro della paura e nell’angoscia più totale. I pochi sopravvissuti non sono riusciti a condurre una vita normale a causa delle crisi esistenziali e delle paure che li hanno perseguitati per tutta la vita.
I più fragili, non ce l’hanno fatta a convivere con questo passato rimbombante e si sono perfino tolti la vita, forse nel tentativo di trovare finalmente la pace.

Primo Levi è stato un prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel suo libro “I Sommersi e i Salvati”, scrisse questa frase riferendosi alla sua vita dopo il periodo di prigionia:
“Mi sentivo sì innocente, ma intrappolato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”.

L’aria che si respira all’interno di un campo di concentramento è davvero questa. La cosa peggiore però, è che ti resta dentro anche quando te ne vai lasciando il cancello in ferro battuto alle spalle.

Portare Manuel a visitare il campo di concentramento di Dachau, anche se ancora piccolo, è stata comunque una scelta voluta. Ci sono luoghi ed emozioni che difficilmente potranno essere cancellate e siamo sicuri che questo ricordo rimarrà per sempre nella sua memoria. Ne abbiamo avuto conferma l’anno scorso.

Infatti, come argomento principale per la “tesina” di terza media, Manuel ha portato la “Shoah”. Con un interessante approfondimento sulla visita del campo di concentramento di Dachau ha dimostrato come molti ricordi e sensazioni gli siano rimasti dentro. Noi siamo sicuri che certamente serviranno anche per il suo futuro.

Ricordo un momento particolare durante la nostra visita a Dachau. In un punto del Campo dove durante gli anni dell’orrore erano edificate delle baracche, ho visto Manuel chinarsi e raccogliere un piccolo sassolino bianco. Lo mise in tasca per conservarlo come ricordo di quel posto. A distanza di anni, quel sassolino si trova ancora oggi nella sua camera e guai a chi lo tocca! Un piccolo gesto, ma per la sua giovane età ha significato molto.

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Qua sorgeva una delle tante baracche, la numero 17

La vita nel campo di concentramento di Dachau

Credo che non sia affatto scontato sottolineare che la vita nel campo di concentramento di Dachau era insostenibile e durissima ancora prima di arrivare. Infatti, i deportati arrivavano qui ammassati sui treni e non veniva dato loro né acqua né cibo.

Una volta scesi li attendeva poi la cosiddetta selezione primaria con la quale gli abili a lavorare venivano separati dai non abili a lavorare. A questi ultimi appartenevano circa due terzi dei deportati e per la maggior parte erano donne, bambini e anziani che automaticamente erano già condannati a morte.

Gli abili al lavoro, ormai meglio definirli prigionieri, venivano invece spogliati, rasati e disinfettati in docce dalle quali usciva acqua gelida o bollente. Successivamente, venivano marchiati con un numero di identificazione tatuato sull’avambraccio sinistro. Il numero veniva poi riportato anche sui pantaloni e sulla giacca.

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Si procedeva poi alla vestizione. I prigionieri dovevano indossare una leggera divisa a righe che molto spesso era sporca e sgualcita perché usata. La divisa era la stessa per tutto l’anno, anche per il gelido periodo invernale mentre le scarpe che ricevevano erano spesso spaiate e scomode.

Quelli che sopravvivevano al viaggio venivano poi messi in quarantena con un isolamento di 6-8 settimane per prevenire la diffusione di malattie ed epidemie. Durante queste settimane si svegliavano alle 4:00 del mattino e trascorrevano le giornate imparando canti tedeschi e marciando. Il nutrimento che ricevevano era ridotto.

Questo periodo di isolamento aveva lo scopo di terrorizzare i prigionieri e distruggerli psicologicamente.

La sorte per coloro che erano stati individuati come non abili al lavoro, era ancora più orribile. Non essendo utili alle attività all’interno del campo di concentramento venivano torturati e portati nelle camere a gas per l’eliminazione, se non morivano prima di malattia.

I cadaveri venivano poi ammassati in fosse comuni, ma poiché il numero cresceva sempre di più, fu deciso di bruciarli nei forni crematori per non lasciarne traccia.
A questo proposito Adolf Hitler disse: “il fuoco purifica ed è il mezzo migliore per eliminare tutto”.

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Al loro interno i campi erano organizzati in “blocchi” cioè delle strutture come ad esempio l’ospedale, la cucina e l'ufficio della Gestapo. Si trovavano anche la prigione, i forni crematori e perfino la zona riservata agli atroci esperimenti medici.

La maggior parte dei deportati erano ebrei.

Infatti, secondo l’ideologia nazista la guerra era la condizione ideale per “fare pulizia etnica” della popolazione ebraica e permettere così l’affermazione della razza ariana.
Nel campo di concentramento di Dachau venivano rinchiusi anche prigionieri politici e non solo. C’erano anche criminali, Rom, Sinti, testimoni di Geova e perfino omosessuali. Praticamente tutti coloro che potevano risultare incompatibili con l’ideologia nazista.
Per scongiurare eventuali evasioni e mantenere ordine all’interno del campo veniva fatto un appello 3 volte al giorno. I prigionieri venivano radunati nella piazza principale del campo.

Le attività che i prigionieri abili dovevano svolgere all’interno del campo erano principalmente lavori di manovalanza. I prodotti del loro lavoro servivano per le industrie belliche naziste e per le opere di ampliamento del campo stesso. I prigionieri venivano sfruttati duramente e dovevano lavorare fino allo stremo delle loro forze.

I prigionieri dovevano essere anche nutriti e per questo erano previsti 3 pasti al giorno. I piatti però erano molto frugali e poveri e non riuscivano a saziare. Spesso consistevano addirittura in scarti dei banchetti dei generali nazisti.
Il duro lavoro e lo scarso nutrimento insieme a condizioni psicofisiche agli estremi, erano l’anticamera di una lenta e sofferente morte.

Anche il riposo e il recupero delle energie erano carenti.

I prigionieri infatti dormivano in baracche con sporchi letti a castello senza materassi e con coperte piene di pidocchi. Nei letti venivano posizionati uno al capo e uno ai piedi dell’altro.
Le camere erano piccole e sempre sovraffollate, con le pareti umide e piene di muffa. Nelle baracche non c’erano nemmeno i bagni.

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Le baracche
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Condizione disumana e ideale per il proliferare di malattie infettive e di epidemie, come per esempio la scabbia e il tifo.

A causa del crescente numero di malati, una delle 34 baracche fu adibita ad ospedale e fu sempre piena di prigionieri malati o infortunati durante i lavori. Spesso si trattava anche di lacerazioni procurate durante la marcia e causate da scarpe che erano troppo piccole o troppo grandi.
Tutti coloro che non avevano speranza di guarire venivano portati nelle camere a gas. Si trattava di locali adibiti a docce, ma questa volta al posto dell’acqua usciva un gas tossico e letale chiamato Zyklon B. Questo era solo uno dei modi in cui i nazisti uccidevano i prigionieri e una delle alternative era un’iniezione letale al cuore.

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Questo era il centro dove avvenivano omicidi di massa. La stanza era camuffata da finte docce, per fuorviare le vittime e impedire loro di rifiutarsi di entrare. Durante un periodo di 15-20 minuti fino a 150 persone alla volta potevano morire per soffocamento a causa del gas velenoso: Zyklon B

Il campo di concentramento di Dachau oggi

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In questi spazi vuoti prima sorgevano le baracche

La parte più toccante e che ci ha colpiti di più, sono sicuramente le camere a gas e i forni crematori. Oggi sono stanze vuote e fredde, ma con la consapevolezza di ciò che accadeva dentro, prima di entrare siamo stati assaliti per qualche secondo dallo sgomento.
Per agevolare la diffusione e l’efficacia del gas, le stanze hanno il soffitto basso.

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Quando le ciminiere fumavano si sentiva l'odore macabro dei corpi bruciati anche a 20 chilometri di distanza dal campo.
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Questo vecchio forno crematorio fu costruito nell'estate del 1940. Quando incominciarono ad arrivare i prigionieri stranieri il tasso di mortalità aumentò notevolmente. L'anno successivo stava già lavorando oltre le capacità. Questo forno crematorio rimase in funzione fino all'aprile 1943. Furono cremati circa 11.000 prigionieri.

Per ironia della sorte, i prigionieri ebrei condannati alla camera a gas (Vedi foto con cartello), incontravano all’entrata di queste stanze i cosiddetti sonderkommandos che significa “corvi neri del crematorio”.
Infatti, i sonderkommandos erano ebrei che in cambio di trattamenti di favore collaboravano con le SS nelle operazioni di sterminio.

Testimonianze

All’interno del campo di concentramento di Dachau troverete anche il museo che raccoglie fotografie e la storia di tutto il periodo di attività del campo. Fra gli oggetti esposti ci sono anche quelli personali appartenuti a guardie e prigionieri come ad esempio, abiti e divise militari.
Senza dubbio la cosa più inquietante che ci ha fatto venire i brividi, è stata leggere le testimonianze dirette degli orribili esperimenti che i medici nazisti effettuavano sui prigionieri.

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“Verso le due del mattino la chiave tintinna nella prima porta della cella all'altra estremità del corridoio. Immediatamente chiunque è sveglio. Con un tonfo metallico il lucchetto allentato cade a terra. Il prigioniero del numero uno fa i primi passi verso il cortile del bunker. Risuona uno sparo. Una vita si spegne”.
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“Quattro mesi nel bunker, quattro mesi di detenzione al buio, quattro mesi con cibo caldo solo ogni quattro giorni! Il tempo scorre. Conto solo ogni quattro giorni e rimango sbalordito quando arriva il cibo e mi sveglia. Sono in uno stato di trance”.

Mappa del campo di concentramento di Dachau

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“I numeri dell’orrore”

Non avrei saputo come altro definire questi numeri, poiché non possono assumere un valore statistico, stiamo parlando di vite umane!
Sono 200.000 i prigionieri che tra il 1933 e il 1945 sono stati deportati al campo di concentramento di Dachau. Di questi, sono invece circa 40.000 le persone che non sono mai più uscite.
Al momento della liberazione del campo di concentramento da parte degli Alleati, erano circa 3.000 gli italiani prigionieri.
Infine, sono 6.000.000 gli ebrei morti in tutti i campi di concentramento tra Germania, Austria e Polonia.

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Libro della memoria per le vittime presso il Campo di Concentramento di Dachau

Informazioni

Un po’ di informazioni di carattere generale sul campo di concentramento di Dachau:

  • L’ingresso al Campo di Concentramento è gratis, non occorre prenotare;
  • Il parcheggio è a pagamento solo nei mesi da marzo ad ottobre;
  • Per gli orari e giorni d’apertura vi lascio il link diretto: https://www.kz-gedenkstaette-dachau.de/it/visita/orario-di-apertura/;
  • Vi consiglio di visitarlo con una guida perché è il modo migliore per ripercorrere un passo indietro nella storia. Vi saprà dare informazioni per capire maggiormente cosa è successo in quel campo negli anni dell’orrore;
  • Per raggiungere Dachau da Monaco di Baviera si può prendere la linea S2 fermata Dachau e poi prendere l’autobus n. 726 verso “Saubachsieldulg” fermata Kz- Gedenkstätte;
  • Indirizzo: Alte Römerstraße 75, 85221 Dachau, Germania.

Di questo viaggio a Dachau ci sono cose e sensazioni che ricorderemo per sempre.

Il campo di concentramento di Dachau è una delle tante pagine nere che ci sono nella storia dell’umanità.
Ho deciso volontariamente di non pubblicare le foto che ho scattato alle opere esposte nel museo. Fra queste c’erano anche le fotografie realizzate direttamente dai militari SS, orgogliosi e carnefici degli orrori che loro stessi stavano facendo.
Fotografie di cadaveri ammassati e corpi nei forni crematori, di corpi torturati perfino le camere a gas prima e dopo la gassificazione.
Sinceramente, non me la sono proprio sentita.

Vorrei esprimere un ultimo pensiero.
Andando indietro negli anni, ricordo di essere stata qui a Dachau in gita con la scuola nel 1999. A quei tempi non esistevano i navigatori e ricordo che l’autista ebbe grandi difficoltà nel trovare il campo di concentramento. Eravamo nel paese e giravamo sempre intorno ai soliti isolati. Non riuscivamo a trovare le indicazioni stradali. Rassegnato, l’autista si fermò a chiedere informazioni ad alcuni passanti i quali con reticenza gli indicarono la strada da percorrere.
Poco dopo ci fecero notare che le indicazioni stradali c’erano, ma invece di essere poste in alto, come tutti i segnali stradali, erano state messe in basso a pari del manto stradale. Questo perché la vergogna di avere nel loro paese un campo dell’orrore, portò i cittadini del luogo a tentare di nascondere le indicazioni.

Oggi il campo di concentramento è regolarmente segnalato, ma questo non significa che i cittadini tedeschi non provino ancora vergogna per quello che è successo.

In riferimento a questo nostro articolo, il quotidiano La Nazione di Firenze,
ha parlato di noi pubblicando questo nostro articolo scritto in occasione della Giornata della Memoria. 
Ringraziamo la giornalista Maria Serena Quercioli per aver creduto nel nostro articolo.

Ilaria

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